Al telefono con il fotografo Alberto Conti

Persone e luoghi, ritratti e reportage di viaggio. Alla scoperta del lavoro di Alberto Conti fotografo fiorentino

In tanti anni di lavoro ho conosciuto molte persone, tra questi anche Alberto Conti fotografo professionista, dal 2000 rappresentato dall’agenzia Contrasto, con il quale ho realizzato alcuni servizi fotografici redazionali.
Lavorare con Alberto è stata un’esperienza importante per me, perché mi ha insegnato ad avere un diverso approccio con la fotografia in generale, cosa che ha contribuito sia a migliorare le mie conoscenze tecniche e professionali, che a superare la visione scontata e stereotipata della fotografia di moda.
A distanza di qualche anno dall’ultimo servizio fotografico che abbiamo fatto insieme, ho deciso di porgli qualche domanda per scoprire qualcosa di più sulla sua visione personale del ritratto fotografico e sui suoi ultimi lavori. Questa è la nostra conversazione telefonica.

Ciao Alberto, nel corso della tua carriera professionale hai avuto l’occasione di vivere esperienze diverse e incontrare persone di ogni genere. Hai documentato progetti di cooperazione nei paesi in via di sviluppo per le agenzie delle Nazioni Unite, oltre che il patrimonio artistico di Firenze, e sei stato anche il responsabile del rilievo fotografico degli affreschi della cupola del Brunelleschi. Hai scattato reportage in Etiopia, Tunisia, Israele, Palestina, Perù, e raccontato attraverso le tue immagini la vita dei Butteri Maremmani.
Poi hai collaborato con importanti case discografiche e immortalato grandi personaggi della moda come Giorgio Armani e Frida Giannini, e persino il fashion blogger Bryan Boy. Tra i tuoi scatti ho visto i volti di artisti come Sandro Chia o Mimmo Paladino, di scrittori come Andrea Camilleri e Salman Rushdie, e quello del fotografo Oliviero Toscani. Hai fotografato il maestro Riccardo Muti, i registi Franco Zeffirelli e Spike Lee, e ancora politici e sportivi. I tuoi ritratti sono stati pubblicati su importanti testate come ad esempio Time, Stern, Sunday Times, Vanity Fair, Sportweek, Io Donna e Capital.

La prima domanda che mi viene spontanea è: che tipo di rapporto riesci a stabilire con le persone che ritrai?

In realtà, al di là di un rapporto vero e proprio, spesso molto relativo, ciò a cui tengo di più è stabilire una forma di rispetto reciproco con il personaggio che ho davanti all’obiettivo. Per me è fondamentale assumere una posizione di rispetto nei confronti della persona che devo fotografare, perché ritengo che la persona che ho davanti a me in quel momento mi stia offrendo la sua immagine, cosa che per me è un regalo prezioso.

 

Alberto ContiTiziano Terzani, 2004 © Alberto Conti

 

Quando hai fotografato personaggi di un certo calibro, come ad esempio il maestro Riccardo Muti, quanto tempo hai avuto a disposizione?

Normalmente il tempo è sempre estremamente limitato, per esempio quando ho fotografato Umberto Agnelli ho avuto solo 2 minuti a disposizione, mentre invece quando ho fotografato il maestro Riccardo Muti mi sono stati concessi circa 40 minuti, e posso dire che questo è il tempo più lungo che mi sia stato finora dato da un personaggio di una certa levatura.
Naturalmente arrivo sul posto in anticipo, faccio un breve sopralluogo per decidere dove scattare la foto, il tipo di luce utilizzare e come posizionare il soggetto, insomma preparo il set in modo da essere pronto quando arriva il personaggio da fotografare.

Quindi sei tu che scegli il tipo d’inquadratura, la luce…

Si certo, a volte mi chiedono di fare degli scatti secondo la loro idea di ritratto, ma per fortuna è raro. In ogni caso per accontentarli faccio delle foto in più, ma a dire il vero storicamente solo una piccolissima percentuale di queste è stata utilizzata, alla fine preferiscono le mie.

 

Alberto ContiButteri, 2004 © Alberto Conti

 

Oltre ai ritratti di personaggi pubblici hai realizzato reportage in diverse aree del mondo e ripreso persone e realtà molto eterogenee. Quali sono gli scatti che meglio rappresentano la tua personale visione della fotografia, o che semplicemente ti piacciono di più?

Ti premetto che in assoluto mi piacciono molto i ritratti. Mi piacciono anche i reportage, ma come li intendo io, cioè considero i miei reportage come una raccolta di immagini singole, ciascuna con il proprio significato. Quelli che ho fatto all’estero, sono ritratti per lo più ambientati, rappresentano momenti della mia vita molto importanti perché frutto di incontri e di dialoghi, seppur veloci, con le persone fotografate durante i miei viaggi. Mi piace parlare con la gente e raccontarla attraverso le mie immagini.
Tra le migliaia di foto fatte a oggi, ci sono due foto che mi piacciono molto e meglio rappresentano il mio lavoro. Una l’ho scattata in Etiopia e ritrae la drammaticità di un lago totalmente secco, l’altra, che è quella che amo di più, è il ritratto di Tiziano Terzani realizzato per Vanity Fair. Fu un bel lavoro, mi piacque molto sia il personaggio che il risultato finale della foto.

 

Alberto ContiEtiopia lago Chamo 1988 © Alberto Conti

 

Anche i luoghi e le loro atmosfere rientrano nei soggetti dei tuoi lavori, mi racconti come è nato il tuo ultimo progetto Notturni?

Notturni è un progetto al quale sto lavorando ora, non è stato commissionato da nessuno, è un lavoro che nasce da una mia personale rilettura delle fiabe. Mi piace molto, mi diverte, e lo sto realizzando per il puro gusto di fotografare. Sono immagini che scatto di notte, più precisamente è un mio vagare nella notte durante il quale cerco luoghi, luci e atmosfere che ricordano, secondo la mia personale visione, racconti e scene fiabesche.
Sicuramente il tutto nasce dalla mia esperienza di bambino, ho un ricordo prevalentemente notturno delle fiabe e di conseguenza la mia ricerca si muove verso atmosfere e ambientazioni notturne del mio quotidiano. Di fatto le fiabe rappresentano metafore ed espressioni del nostro inconscio e il mio girovagare di notte nasce proprio da questo legame che c’è tra le fiabe e la nostra psiche.

 

Alberto ContiNotturni, 2015 © Alberto Conti

 

Qual’è la tua fiaba preferita?

La mia fiaba preferita è Hänsel e Gretel, mi ha sempre affascinato molto, devo dire che mi angoscia e mi affascina nello stesso tempo, forse per questo mi piace. A volte riaffiorano dei ricordi della mia infanzia e mi danno spunto per nuove foto. Ti faccio un esempio, da bambino guardavo il giardino sotto casa di notte e immaginavo fosse il bosco di Hänsel e Gretel, ecco è questo genere di fantasie infantili che ispirano il mio lavoro.

 

Alberto ContiNotturni, 2015 © Alberto Conti

 

Ma la notte è il momento in cui ti piace di più fotografare o è solo un’idea strettamente collegata al progetto Notturni?

In questo momento mi piace scattare di notte, tendenzialmente mi piacciono molto il nero, le atmosfere scure. Si, mi piace la fotografia notturna, anche se è un concetto un po’ in contraddizione con la fotografia in sé dove la luce è invece l’elemento fondamentale. Mi piace lavorare su lunghissime esposizioni, in situazioni in cui di fatto l’occhio umano stenta a vedere.

 

Alberto ContiNotturni, 2015 © Alberto Conti

 

I luoghi ripresi nel tuo progetto dove si trovano?

Gli scatti di Notturni non hanno una connotazione geografica, perché i luoghi psichici non hanno connotazione geografica…

Scorrendo il portfolio pubblicato sul tuo sito, ho notato che oltre alla fotografia analogica e digitale, hai anche sperimentato l’uso del foro stenopeico, quale tecnica preferisci?

Il digitale, lo trovo molto funzionale, è utile ed economico. In passato ho lavorato chiaramente in analogico, ma non mi reputo un nostalgico della pellicola. Il foro stenopeico fa parte solo di un momento del mio lavoro, è stata un’esplorazione intorno all’uso di un mezzo fotografico diverso, mi ha divertito ma non credo che lo riutilizzerò perché lo ritengo un procedimento in sé lento considerando i tempi di esposizione lunghi.

 

Alberto ContiCertosa di Bologna, 2009 © Alberto Conti

 

Cosa ne pensi dei nuovi mezzi digitali di ripresa, scatti con lo smartphone?

No, non scatto con lo smartphone, sono legato all’idea di utilizzo della macchina fotografica classica e alle sue caratteristiche tecniche.

Quanto ritocchi le tue foto?

Poco, un minimo lo faccio, come se lavorassi in camera oscura, perché non mi piace l’uso eccessivo dei programmi di fotoritocco.

C’è un fotografo nella storia della fotografia che ami o che comunque senti che possa aver influenzato la tua opera?

Si, il fotografo americano William Eugene Smith.

Cosa ti piace del suo lavoro?

Mi piace il mood, l’atmosfera, la luce, mi piace il suo nero. È stato un fotografo capace di raffigurare i volti in maniera molto intensa grazie all’uso di una luce molto contrastata, i suoi ritratti sono caratterizzati da volti che sembrano emergere da una dimensione oscura.

Quindi faceva ritratto anche lui…

Si, era un fotoreporter che faceva ritratti spettacolari, c’è una sua foto del 1971 tra quelle che documentano il disastro della città di Minamata in Giappone, intitolata Tomoko Uemura in Her Bath, che riprende una mamma in un tipico bagno giapponese mentre culla la figlia deformata dalle contaminazioni di mercurio provocate da un’azienda chimica. Questa è per me la madre di tutte le foto che hanno documentato le grandi tragedie umane.

 

Alberto ContiEtiopia, 1988 © Alberto Conti

 

Un’ultima domanda, quando hai deciso che la fotografia sarebbe stato il tuo lavoro oltre che essere la tua passione?

Dunque, io ho studiato dieci giorni ingegneria, un anno architettura, dove ho fatto un solo esame, ho preso 30 e ho detto basta. In quel momento ho deciso che sarebbe diventato il mio lavoro.

Ma quando hai incominciato a fotografare?

Ho incominciato a fare foto intorno ai sedici anni per divertimento. A vent’anni sono andato a lavorare come assistente in uno studio fotografico. L’esperienza è durata quattro anni, dopodiché ho iniziato a lavorare per conto mio, così ho iniziato la mia attività professionale.

 

Grazie Alberto!

 

 

www.alberto-conti.com

Immagini gentilmente fornite da Alberto Conti

 

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